Alcune note sul concetto di trauma in psicoanalisi

17.12.2018

Il termine "trauma" conosce nella nostra epoca un successo indubbio. Nel senso comune la nozione di trauma è il principale meccanismo di spiegazione della sofferenza psichica, condividendo questo primato con l'altrettanto frequente ricorso ad una possible presunta causa genetica.

In effetti, nella nostra cultura, il male (nel senso del dolore o dell'infelicità) è l'effetto di una tara genetica (di cui il soggetto non avrebbe responsabilità), oppure è l'effetto di un evento (il trauma) che lascia in maniera più o meno duratura i segni sul soggetto, alterandone la personalità. Anche in questo caso la responsabilità del soggetto sarebbe esclusa. Parlo qui di responsabilità e non di colpa, dal momento che si può essere responsabili anche di qualcosa che non abbiamo voluto ma che ci riguarda da vicino.

In entrambi i casi, quindi, ciò che sta all'origine del male è il Caso: nella figura di una alterazione genica, o in quella della "cattiva sorte" che ha messo il soggetto sulla strada dell'incontro con il trauma. In questa visione l'uomo è la vittima di un destino malevolo e cieco che non può che subire passivamente: è da notare che insiema alla responsabilità del soggetto svanisce tuttavia anche la possibiltà di dare un senso a ciò che gli accade.

In quella che Colette Soler chiama "l'epoca dei traumi" - la nostra - si è verificato uno slittamento che ha come tema la giustificabilità della sofferenza. Ovvero: la sofferenza (connessa ad una situazione, un evento un contesto, una relazione) è sempre ingiusta, iniqua ed intollerabile e, come conseguenza, la vittima ha ricevuto un ingiusto danno, e pertanto deve essere risarcita. Tuttavia, non potendo, nella nostra epoca, essere risarcita attribuendo un senso ed un fine al suo soffrire (dal momento che i grandi dispensatori di Senso sono spariti: Dio, il padre, l'ideologia, la politica ecc.) non resta che darle del denaro, dei servizi, dei benefit, della compassione ecc.

La nostra cultura occidentale non è più capace di dare senso alla sofferenza del singolo, di legarla ad una finalità, ad un destino "comune" in grado di connettere il percorso del singolo alla storia di una comunità. Analogamente, il nostro discorso sociale è sempre meno capace di definire ed individare cause lecite di sofferenza, ovvero di una male che il soggetto può giudicare sopportabile. Perché se è disponibile una Causa giusta, degna, ammirevole, allora ogni fatica, ogni pena, ogni perdita può essere affrontata con spirito, coraggio e rassegnazione, anche a prezzo della propria vita. Anche questa è una lezione che ci viene dalla Storia che ci porta ad affermare che avere un motivo per cui si è disposti a dare la vita costituisca un fattore di resilienza.

Al contrario se il discorso sociale è inconsistente o debole, o con smagliature e buchi, focalizzato sull'isolamento del individuo e sulla logica scientifica delle cause meccaniche, allora si determina una condizione di povertà crescente di senso, e i soggetti che partecipano di questo discorso, che è quello della nostra contemporaneità, sono più esposti al traumatismo, allo shock.

La psicoanalisi, con Lacan chiama, questo momento: "incontro con il reale", essendo il reale ciò che non è stato mentalizzato. Dunque abbiamo l'incontro con qualcosa che non ha potuto essere stato pensato, con qualcosa che esiste al di fuori delle categorie concettuali con le quali decodifichiamo il mondo: per questo il soggetto traumatizzato non sa cosa dire o cosa pensare di quello che gli accade.

Quello che la psicoanalisi offre è, invece, un percorso che riscopra l'implicazione dell'uomo nella sua sofferenza come possibilità di darle un senso nuovo e di renderla vivibile.

Dunque, "traumatico" è quell'evento (quale che sia) dopo il quale il soggetto non è più stato lo stesso di prima. Origine di una sofferenza duratura. Del resto il termine "TRAUMA" ha una origine in ambito medico ed indica una ferita con lacerazione di un tessuto o di un osso. Nell'ambito dello psichco si parla di rottura della continuità esistenziale, nel senso che l'evento trauma fa da spartiacque, tra un prima e un dopo.

La psicoanalisi non nega certo che esista il trauma. Però lo intende in altro modo. È fuori di dubbio che gli eventi della vita lascino un segno duraturo sull'individuo. La psicoanalisi indaga le precoci esperienze dell'infanzia capaci segnare lo sviluppo successivo della personalità. E tuttavia la psicoanalisi ci insegna che non esiste qualcosa che faccia da trauma per tutti e che ogni singolo individuo si fa traumatizzare da qualcosa di particolare. Questa è una osservazione clinica e di esperienza comune. Anche in occasione di grandi eventi catastrofici (guerre, incidenti ferroviari o navali, attentati ecc.) con molte vittime, le vittime vengono segnate una per una: quando le ascoltiamo constatiamo che ognuna è stata colpita da un particolare diverso, da un dettaglio specifico, ognuna sogna qualcosa di unico, seppur riconducibile all'evento traumatico. Tutti hanno vissuto lo stesso trauma, ma ognuno lo ha vissuto in maniera diversa. Di più: anche la possibilità stessa di essere traumatizzati, ovvero di riportare segni duraturi, varia molto e deve essere messa in relazione alla molteplicità delle storie individuali sulle quali l'evento va ad incidere.

Freud, argomentando sul tema della formazione della nevrosi (1915, Introduzione alla psicoanalisi) afferma che è necessario che si venga a costituire una serie complementare composta da:

  • fattori costituzionali (I caratteri della la sessualità infantile umana, le fantasie primarie proprie della specie umana trasmesse per via filogenetica) +
  • l'esperienza infantile di quel particolare soggetto (elemento questo che determina una fissazione della libido, una predisposizione dovuta all'abitudine a particolari modalità di soddisfazione o frustrazione) +
  • fattori precipitanti (l'incidenza nella vita del soggetto di eventi accidentali, risulati traumatici e per lo più accaduti in età adulta)

Il trauma accidentale, dunque, è solo la spinta finale che può precitiare l'individuo nella nevrosi. L'aggettivo "complementare", inoltre, sta ad indicare che quanto maggiore è il peso del fattore predisponente, tanto minore è l'incidenza del fattore precipitante, e viceversa. Mettendo da parte i fattori costituzionali, la nevrosi si gioca su una combinazione di elementi infantili, adolescenziali e dell'età adulta, second oil meccanismo del nachtraglichkeit. Freud, infatti, parlava di azione differita (in Tedesco nachtraglichkeit", "après coup" in francese) per dire come ciò che nel presente costituisce trauma, sovente mette in moto ricordi, rimemorazioni di immagini ed idee che per lungo tempo erano rimaste sopite. Spesso si tratta di cose sentite e viste nell'infanzia senza averle capite. Il trauma attuale le tira fuori dal limbo della dimenticanza o dell'insignificanza e gli dà una importanza nuova: l'evento del presente risveglia qualcosa del passato che testimonia di una particolarità nella storia che diventa a sua volta significativo e fonte di patologia. L'evento del passato, fino ad un certo momento inerte, viene riattivato da qualcosa che colpisce (nell'oggi) il soggetto, ed allora dispiega (in un tempo differito) la propria azione patogena.

Il meccanismo dell'azione differita spiega perché un individuo si traumatizza e un altro no rispetto allo stesso evento, ovvero gli effetti di soggettivazione inerenti la formazione del trauma. Per la psicoanalisi il trauma è, dunque, sempre individuale, uno per uno, nel senso che non esistono "figure universali del trauma", ovvero eventi, condizioni, situazioni storiche che producono lo stesso effetto sempre e per tutti. Semmai, ad essere "traumatica " è la natura della sessualità umana ed il fatto che essa si soddisfa in una relazione con il desiderio dell'Altro - ovvero dell'insieme delle persone che si occupano del soggetto fin dalla sua nascita. Tale relazione, che assume prevalentemente la dimensione della domanda, ha come oggetto non tanto un corpo (il corpo dell'altro, del partner), ma sostanzialmente un segno, il segno dell'amore dell'Altro, della sua presenza.

Ed è questa domanda, questa domanda di amore, che non può trovare mai una piena soddisfazione. Perché l'Altro alla fine delude, sempre. Perché la pulsione è insaziabile, primitiva, ineducabile e irragionevole. Ed è questo a risultare traumatico per eccellenza. L'Altro non c'è sempre, non c'è quando lo si chiama, non dà quello che di si aspetta, ci ama troppo, o troppo poco, o al momento sbagliato, o con le maniere sbagliate. La relazione con l'Altro non può avere un coronamento armonico, un happy ending, ma corre inesorabilmente incontro alla brutta sorpresa, alla delusione. La psicoanalisi ha descritto l'incontro con l'insufficienza o la carenza dell'Altro nei complessi di svezzamento, di intrusione e di Edipo: momenti logici - più che periodi - in cui il soggetto si trova ad affrontare la perdita della sua armonia con le persone cui vuole bene: sono prpve in cui si perde qualcosa di ciò che costituiva la nostra felicità, ci si separa dall'amore dell'Altro e ci si dispera di fronte alla propria mancanza di onnipotenza. Nel complesso edipico, ad esempio il bambino (il maschietto) deve imparare a convivere con l'idea di non essere l'unico oggetto dell'amore della madre, di non poter darle un figlio.

Questa carenza dell'Altro (inevitabile, strutturale) la si può anche pensare - ed il bambino non manca di farlo - come legata ad una colpa propria. In ogni caso sono momenti in cui è possibile che il soggetto/bambino sperimenti un'angoscia generata dal senso di impotenza e di disperazione.

La psicoanalisi ci indica che ad essere traumatici non sono tanto eventi eccezionali straordinariamente violenti e drammatici, quanto sono circostanze legate alla quotidianità familiare, alla normalità dei rapporti umani, derivanti in parte allo stato di dipendenza prolungata del bambino verso i genitori. Anche in questi casi a determinare la possibilità del trauma è il gioco di bilanciamento tra l'inevitabile insufficienza dell'Altro rispetto alle pretese della pulsione e la debolezza delle difese del bambino.